ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO: LA RESPONSABILITÀ È DI TUTTI

La morte dello studente in una fabbrica friulana ha riportato alla ribalta il tema dell’utilità dei Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, anche nell’ottica: la logica che guida il progetto va sostenuta, ma con un controllo capillare

“Sono laureato, ma guardi è un errore di gioventù del quale sono profondamente consapevole. Ho inoltrato una richiesta per rinunciare al mio titolo accademico, significa che, tempo due settimane, c'ho praticamente la quinta elementare”. Questo è un’accorata preghiera che Andrea-Pietro Sermonti, archeologo di discreta fama, rivolge a un autodemolitore per avere un impiego, nel film pluripremiato di Sydney Sibilia Smetto quando voglio. Il lungometraggio narra la storia di un variegato gruppo di brillanti ricercatori universitari che tentano di uscire dalla precarietà di lavori occasionali ed esecrabili, anche disconoscendo la propria storia. Un lavoro, altresì dignitoso, è il valore fondante della nostra vita di relazione.

La scorsa settimana abbiamo tutti saputo del terribile incidente occorso allo studente Lorenzo Parelli in una fabbrica in provincia di Udine durante il suo ultimo giorno di stage, parte di un progetto dell’ex alternanza scuola-lavoro: un morto sul lavoro senza avere un lavoro. Oggi si chiamano Pcto, Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, e le linee guida sono contenute nell’art.1 della legge 145/2018, formulate dal Miur, ma i rischi di incidente (mortale) sono gli stessi.

La normativa in vigore stabilisce in 210 ore la durata minima triennale dei Pcto negli istituti professionali, non abolisce la loro obbligatorietà né il loro essere condizione per l’ammissione agli esami di Stato e vengono inquadrati nel contesto più ampio dell’intera progettazione didattica, costituendo un aspetto fondamentale del piano di studio. Quando accadono censurabili episodi come quello in Friuli Venezia Giulia, monta un’inevitabile indignazione generale, dai media amplificata e dagli stessi dimenticata e sostituita nell’arco di brevissimo: si largheggia in frasi di circostanza, si sprecano ovvietà, si sperperano evidenze. Poi la rutilante quotidianità sovrasta e soffoca, e noi siamo una società con la memoria corta: qualche giorno e ci occuperemo e preoccuperemo d’altro. Ma l’incidente ha posto e riproposto il problema dell’opportunità dei Pcto.

Da anziano insegnante devo ammettere di aver conosciuto anche nel nostro variegato settore esperienze poco edificanti di alternanza scuola-lavoro, tuttavia continuo a credere che la logica che la guida sia rimarchevole e debba essere sostenuta: ma per manifesta onestà si cerchino le responsabilità anche nel personale scolastico che individua i centri che hanno coscienziosamente offerto la propria disponibilità e li filtri, li segua, li controlli, li organizzi, li istruisca. Se l’esperienza in un centro viene lasciata evaporare è sull’intera filiera, dall’ottico ospitante sino al dirigente scolastico, che occorre intervenire. I Pcto possono rappresentare un ambizioso percorso di formazione, ma occorre crederci e sostenerli. Se poi però un incidente si frappone, è necessario fare tesoro degli errori e non dimenticarsene nel tempo.

Sergio Cappa

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